Due o tre cose che non ci siamo ancora detti su NFT e fiducia, raccontate da Alice e da un 🐇.

Bazzico nei vicoli dell’arte digitale da oltre 20 anni e finalmente sembra essere nato un mercato dove fino a ieri regnava lo scetticismo. Forse è merito di NFT e compagnia cantante, ma ci sono alcune cose che vanno capite meglio, per essere tutti consapevoli di come stiamo usando la nostra risorsa più preziosa: la fiducia.

Riccardo Zanardelli

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“DREAMING OF ELECTRIC UNICORNS”, pixel su schermo (2021).

La natura intrinseca degli oggetti digitali -duplicabili ed ubiqui con una facilità estranea agli oggetti fisici- ha sempre lasciato scettico il mondo dell’arte: chi investirebbe mai i propri quattrini in un’opera d’arte priva di scarsità?

Con l’arrivo dei NFT il rompicapo sembra aver trovato una soluzione. Durerà? Probabilmente sì, a patto che gallerie, artisti ed acquirenti si diano da fare per capire un po’ meglio le fondamenta di questa tecnologia.

In questo momento di esaltazione collettiva, nel quale NFT e blockchain sono mischiati come acqua e menta in un ghiacciolo, è importante non confondersi: un NFT può esistere anche senza un registro decentralizzato. Strano ma vero. Ovviamente questo richiede di avere fiducia in una qualche forma di autorità (ad esempio in una trusted time stamp authority), perchè nessuno ci nega di fidarci di una terza parte.

Il coniglio è davvero saggio?

Ma allora cosa c’entra la blockchain? Come funziona il modello di consenso e fiducia che governa il tutto? Sarebbe bello discutere di questo con alcuni bravi esperti, ma forse prima di tutto possiamo farci venire qualche dubbio.

Ciò che vi propongo quindi è una riflessione a partire da una domanda: di cosa ci stiamo fidando esattamente? Questo è un tema che ha molte sfumature e per affrontarlo ho deciso di utilizzare una storia. Questa storia è un caso…

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Riccardo Zanardelli

Digital Platforms @ Beretta | PhD student in Statistics & Data Science @ AEM, UNIBS | Engineer | Only personal opinions here | Code is Law (cit.)